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Un viaggio nel cuore della meravigliosa Sicilia Barocca

Leone racconta la piazza contaminata dalla sicilianità

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Ragusa - La piazza. Spazio antico, luogo fisico del raccoglimento di una città, dei fatti nodali del romanzo della vita. Piazza come agorà, che suscita memorie di classicità, quando l'oggettività di questo spazio urbano si carica delle valenze metaforiche connesse all'incontro, alla condivisione, alla democrazia, di cui l'agorà, sede delle assemblee dei cittadini, è simbolo trasparente. Giuseppe Leone ha guardato a quella che fu un'invenzione urbanistica dei greci, complicando però tale spazio di una componente fortissima, altrettanto affollata di emblemi: la sua Sicilia. E il binomio piazza-Isola si fa protagonista dell'ultima personale dell'artista, "Siciliani in piazza", la scorsa primavera a Sidney, inaugurata venerdì presso la galleria ragusana "Degustarte Spaziostrano", lucidamente presentata da Giuseppe Traina e con la collaborazione di Emanuela Alfano. Abbraccia un arco temporale largo, mezzo secolo, la collezione di Leone, che dispiega un vero e proprio catalogo di etnologia visiva: uomini, donne, bambini, folgorati dalla insostituibile Leica, in una smorfia, in una piega che è indizio di umanità e insieme maschera, archetipo di sicilianità, correlativo oggettivo di una regione che fa continente a sé. "Come si possano coniugare verità e poesia è il segreto dell'arte", scrive Gaetano Pennino nel testo che correda il raffinatissimo volume di cui la mostra è sintesi. Perché fa parte dello specifico artistico di Leone quell'interscambio di reale e trasfigurazione, di vero e teatro, come nel segno del sostrato socioculturale della sua terra. Bambini che giocano, suore festose che danzano, sorprese quando si colorano di vita, vecchi che hanno mimeticamente assunto le cromie della pietra riarsa dal sole del Mezzogiorno, delle piazze, che essi occupano silenziosi, fragili eppure indiscussi padroni di uno spazio indefinibile con la povertà delle parole. La piazza di Leone. Una successione di capitoli, fil rouge la memoria, di cui lo sguardo fotografico di Leone si fa impareggiabile custode, sorta di promemoria, di museo dell'anima collettiva. Non gli occorre ritoccare il negativo, né obbedire a dettami culturali ed estetici. La sua foto è arte e documento insieme, trasfigurazione immaginifica e al contempo documentazione visiva di un luogo, di un personaggio, di un evento, la festa patronale o la settimana santa, il matrimonio o il funerale, il palio, l'indovino con la sua scatola magica che ammalia una bimba, ancora la freschezza di un bacio rubato alla pellicola. Allo specchio passato e presente, la contestazione di un vecchio comunista, nella sua mano condensata la tensione di un credo politico, e i linguaggi contemporanei della protesta civile, in un itinerario che sistema tematicamente il senso del secondo novecento siciliano. "Nelle fotografie di Leone non cercate la collera né la pietà civile né l'avvampo della metafora", avvertiva Gesualdo Bufalino, forse la letteratura più intensa sulla produzione di Leone, "bensì, istigato dall'eccellente mestiere, un colpo d'occhio avvezzo a cogliere le mimiche significanti del grande teatro umano". Leone vi entra da consanguineo, bruciando lo spazio nella frontalità, nell'assialità, altre volte stilizzandone l'angolatura da una diagonale; ma poi ne riesce, maturando quel distacco che sedimenta giudizi e passioni momentanee e consegnandoci ancora una volta un emporio fenomenico, iconico assolutamente autosufficiente dalla sua decodificazione, dove l'ultima parola non può che essere affidata all'armonia silenziosa e solenne della piazza

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