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Poesia siciliana
Quando Pasolini traduceva dal siciliano Vann'Antò: Aristocratico, e decadente
La stima di Pierpaolo per Giovanni Antonio Di Giacomo

Quando il Premio Viareggio per la poesia popolare venne assegnato a Vann’Antò per i suoi “Indovinelli popolari siciliani”, Pierpaolo Pasolini scrisse: “e uno dei premi Viareggio non è stato dato ai deliziosi Indovinelli siciliani deliziosamente raccolti dal poeta dialettale Vann’Antò?”

Il poeta ragusano non avrebbe risparmiato le sue critiche, qualche anno più tardi, al Canzoniere italiano di Pierpaolo Pasolini.

Le critiche di Vann’Antò sono anzitutto rivolte agli errori di stampa: quelli che nel 1940 deturparono il volume dell’Edizione Nazionale delle Opere di Giuseppe Pitrè da cui Pasolini attinse, riproducendone i refusi, e quelli che vi aggiunse in proprio il Canzoniere. E Vann'Antò - «sospinto, e quindi in parte giustificato [...] dal piacere ingenuo e a suo modo onesto del minimo prezioso», come disse Pasolini nella sua risposta - elenca poi minuziosamente gli errori di traduzione che derivano da quelli di stampa ed altri che nascono da scarsa familiarità col siciliano. In verità c’è da distinguere: altro è aver tradotto li morti (plurale) con la morte (singolare) o lu surci (singolare) con i sorci (plurale), ed altro è invece aver tradotto arrusicata con rosicchiata (Pasolini) invece che con rósa (Vann’Antò). Sviste o cantonate, in un caso, scelte di gusto, nell’altro.

Da questo muove Pasolini nella risposta. Da un lato si dichiara «grato al Vann’Antò» per avergli segnalato gli errori che «ammette di aver perpetrato», siano poi essi «imputabili - così scrive - all'edizione nazionale del Pitrè, inesatta, incerta, o alla copia che ne ho fatta io, o alla mia ignoranza del siciliano». Dall’altro Pasolini allarga il discorso al confronto tra diversi orientamenti di gusto. Quello di Vann’Antò, dice Pasolini, è «aristocratico e, come dite voi, decadente».

Giuseppe Savà




Chi era Vann'Antò


Vann'Antò e il nome con cui si firmò regolarmente Giovanni Antonio Di Giacomo, nato a Ragusa nel 1891 e morto a Messina nel 1960. Studioso di dialetti e di folclore siciliano (si ricorderanno almeno due sue opere: Il dialetto del mio paese e Indovinelli popolari siciliani), prese parte alla Prima guerra mondiale, sulla quale lasciò un libro di memorie. Dal 1919 si dedicò all'insegnamento, prima nelle scuole medie superiori, poi come docente di Storia delle tradizioni popolari presso l'Università di Messina. In giovinezza ebbe un'esperienza futurista, come documenta il volume, a cura di Miligi, Vann'Antò futurista, Milano 1956. La prima raccolta delle poesie in lingua (Fante alto da terra, Messina 1932) è connessa alla sua esperienza militare. Segue La Madonna nera, Messina 1955.

Tre sono i volumi in dialetto: Voluntas tua, Roma 1926; U vascidduzzu, Messina 1956; 'A pici, Ragusa 1958.

Fatta eccezione per i versi tratti dal poemetto Mmiernu e primavera tradotti da Pierpaolo Pasolini, le altre poesie sono volte in italiano dall'autore.



Nella foto, Pierpaolo Pasolini e Antonio De Curtis, in arte Totò



Tags: Pierpaolo Pasolini , Vann’Antò , Giovanni Antonio Di Giacomo ,

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