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Un viaggio nel cuore della meravigliosa Sicilia Barocca

L’arte di lavorare la pietra “Mastru ri mura a- siccu”

Paolo Balsamo nel suo “Giornale del viaggio fatto in Sicilia” nel 1808 in riferimento alla Contea di Modica annotava: “Dopo le concessioni enfiteutiche dei Conti di Modica, si cominciarono a raccogliere le infinite pietre affioranti sugli altopiani, liberandone i terreni e nel contempo utilizzandole in loco per la costruzione di muretti a secco ad opera di maestranze che si andarono sempre più specializzando”.
Il “mastru ri mura a-siccu” spaccava grandi cocci di pietra sottratti con fatica alla terra dell’altopiano e tramite un martello a testa arrotondava informi massi ricavandone pietre sfaccettate e minuto pietrame che accostava e assestava a “faccia vista”, senza malta, avvalendosi di provata esperienza, colpo d’occhio e abilità manuale.
Assoggettare la terra del nostro territorio ha comportato una dura fatica per i nostri contadini; per
renderla coltivabile è stato necessario rompere la roccia affiorante, ed i sassi ottenuti da questa operazione si ammucchiarono senza ordine lungo i margini del campo. Il mucchio di pietra informe man mano prese un aspetto definito con forma, dimensioni e funzioni specifiche a seconda dello scopo al quale venne destinato. Per questo si sviluppò un’arte che da padre in figlio, viene tramandata attraverso i secoli, quella del “mastru ri mura a -siccu”.
Il paesaggio dei monti Iblei è scandito da una sequenza interminabile di muri a secco e da varie tipologie di costruzioni in pietra a secco che caratterizzano, insieme alle ville rurali e alla masserie, questa terra della Sicilia.

All’occhio attento del viaggiatore i manufatti di questi bravi e inimitabili artigiani segnano nell’altopiano ibleo trazzere, delimitano campi, ricavano terrazze coltivabili, facilitano la fruizione del territorio, conducono ai centri urbani, ai fondi agricoli, alle masserie, ai fiumi.
La tecnica costruttiva è relativamente semplice: sul banco di roccia, pulito dal terriccio sovrastante, si costruisce la base composta da due file parallele di pietre grosse sulle quali man mano si appoggeranno le altre, cercando di giustapporre le facce in modo da lasciare il minor spazio vuoto tra l’una e l’altra.

I buchi vengono poi riempiti da materiale più piccolo e fine. Raggiunta l’altezza desiderata la copertura è effettuata con grosse pietre da taglio “a traversa” posta a chiudere la pietrosa “cascia”-spazio interno tra le due file dove viene depositato il pietrame ottenuto dalla “spietratura” del terreno e dal materiale residuo della lavorazione dei conci- e ad incatenare le due fiancate che man mano vanno a rastremarsi verso il culmine del muro.
Le costruzioni in  pietra a secco possono essere suddivise in accumulazione disordinata per getto ed ordinata lineare; accumulazione- costruzione; accumulazione strutturata.
Al primo tipo  appartengono le “macere” , i muri  e i “siddacchi”, paraterra dei terrazzamenti; alla 
seconda i “muragghi” recinti in forma circolare per ammassarvi il materiale raccolto dai terreni “spietrati” e alla terza i “pagliari”, i rifugi , le case e le neviere. La zona ragusana, il territorio dell’antica Contea di Modica, si caratterizza per i suoi manufatti in pietra a secco con i rifugi a tholos (falsa  cupola) ed i monumentali “muragghi” opere in calcare duro a tronco di cono o di piramide con scalette incastonate o avvolgenti la costruzione stessa. Si contano, inoltre,” pagliari” povere case con eleganti biliti, manniri con “paralupi”, “carcare” dall’architettura fantasiosa talvolta ricavate da antiche tombe rupestri, neviere, “trugghi” e torri per vigilare sui feudi, saie e perfino acquedotti. Tutto sempre pietra su pietra, senza malta, così come i basolati delle belle trazzere o delle aie e dei bagli delle antiche masserie.

 

L’uso dei muri a secco, nonostante la tecnica costruttiva sia rimasta nei millenni invariata, ha seguito l’evolversi del paesaggio agrario ed il processo storico che lo ha plasmato. Abbiamo muri di tutte le età e caratteristiche: da quelli con la loro perfetta struttura a blocchi squadrati poggiati orizzontalmente, a quelli “patrizi” che svolgevano il compito di cingere tenute e poderi appartenenti a casati di gran nome e che venivano eretti con maestria da esperti “paritari” ed attraversati da feritoie che permettevano il flusso dell’acqua piovana; a quelli “plebei” costruiti dallo stesso contadino a delimitazione della microproprietà: casa, “vignali” campi e delle “chiuse”, recinti per gli animali.
Importanti anche i recinti circolari di pietra a secco eretti a protezione degli alberi “i mannarigghiuni”, o i “vari” che chiudevano e schiudevano, con pietre rimosse funzionalmente, la recinzione muraria.

I “muri paralupi”, che in  particolare recintano alcune masserie presentano un elemento che li differenzia dagli altri muri a secco. La zona terminale del muro è, infatti, costruita con un cordolo rialzato effettuato con grosse pietre piatte che sporgono dallo stesso verso l’esterno in modo da impedire agli animali selvatici di arrampicarsi e penetrare all’interno del recinto, là dove ci sono gli animali domestici galline, conigli, oche etc.
Oggi, dopo tanti crolli e devastazioni dovuti soprattutto all’incuria dell’uomo ed in qualche caso alla mancanza di memoria storica da parte dei nostri governanti, l’odierno interesse alla cura del paesaggio rurale, ha riportato sulla scena gli ultimi eredi di una tradizione di lavoro i cui segni occorre concretamente salvaguardare.
La pietra rende l’altopiano ibleo un luogo riconoscibile, disegna un paesaggio in cui si legge chiaramente il legame profondo tra l’uomo ed il suo territorio.

Servizio a cura di Ingegnicultura, laboratorio di progettazione e servizi per l’ingegneria  ed i beni culturali di Modica.

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