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Sampieri
La fornace Penna, della conservazione e del restauro
Da oltre dieci anni, rifiuto la posizione di relatore in tesi di laurea in Architettura sulla Fornace


Firenze - In questo sito di confronto, molte opinioni si sono lette su come “salvare il salvabile” di ciò che rimane del manufatto della Fornace Penna. Alcune soluzioni fantasiose, altre nella logica del profitto, tutte insensibili al senso profondo del reperto. Insensibilità in parte giustificabile dall’inesperienza disciplinare e tecnica e nutrita dal solo piacere del parlarne.

Vi lascio questa riflessione, dato dell’esercizio e dedizione al tema specifico in oltre 25 anni di vicinanza al manufatto.

Da oltre dieci anni, rifiuto la posizione di relatore in tesi di laurea in Architettura sulla Fornace. Rifiuto espresso per onestà intellettuale e coerenza disciplinare, perché nessun recupero è ormai possibile. E – considerata la concretezza verso cui si muove la formazione nelle facoltà di architettura – le esercitazioni didattiche teoriche senza fondamento, non sono più accettabili. Chi dice diversamente: non ha preparazione adeguata, oppure è in mala fede e vuole un danno al manufatto e alla sua identità. Chi pensa in quest’ultimo modo, andrebbe perseguito, perché vuole un operazione di speculazione sul patrimonio notificato e protetto che appartiene alla collettività. Ogni intervento su un manufatto di questa testimonianza, si fonda sul principio del rispetto di una materia, dell’unica che in architettura ha prevalenza: la storia.



Nello scritto “Questioni pratiche di belle arti”, Camillo Boito sostiene come bisogna “conservare e non restaurare”. In questa affermazione – che può oggi apparire paradossale – è chiara la posizione di rispetto del documento di architettura. La fornace oggi soffre di tante difficoltà che rendono impossibile intervenire senza trasformarla in altra “cosa” diversa dalla sua stessa identità. Certo la conservazione deve essere anche progetto, ma sempre nel rispetto della materia primaria di ogni architettura: l’identità.



Senza inoltrarsi in questione spiccatamente tecniche, accennerei solo a due annotazioni facilmente comprensibili:

- inesistenti gli orizzontamenti lignei di controventatura e innanzitutto la copertura, mancando un materiale legante le pietre che - benché squadrate - sono incoerenti quasi come un muro a secco: è chiara la precarietà dello stato di resistenza;

- le lesioni e le fratture per pressoflessione sono evidenti – se si sanno capire e vedere – e determinano un ulteriore aggravio dello stato di labilità statica che porta, o meglio impone, di stare fermi se si vuole difendere il ruolo che la Fornace ha avuto nell’immaginario e nella memoria della gente del posto.



Ormai da tempo sono della convinzione che fisicamente abitiamo uno spazio, ma sentimentalmente siamo abitati da una memoria. Memoria che è quella di uno spazio e di un tempo uniti e inscindibili. La memoria della fornace non è più nella sua denotazione funzionale – è disattiva da oltre 80 anni e pochi o nessuno dei vivi la ricordano -, quanto quella della sua connotazione simbolica, la sua funzione seconda, la più importante. Funzione che mantiene ancora oggi e la mantiene così com’è. Funzione residuale ed unica possibile, che verrebbe cancellata e stravolta, per un qualunque uso diverso, cercando si sottrarla al suo destino di rudere.



La fornace, nel tempo della sua tribolata esistenza, ha assunto i significati ed i valori di un frammento di paesaggio. Nata come pregevole artificio sulla venerabile balza di pietra di contrada Pisciotto, il tempo ha lavorato naturalizzando ogni elemento, ricoprendolo di una patina di sale pietre e mattoni.

Mentre ci battiamo per la conservazione del paesaggio e delle tracce antiche di un territorio saccheggiato, il tempo non per tutti scorre a vantaggio del buon senso, quanto del profitto che passa oltre ogni valore sia dell’architettura che dei luoghi notevoli. Per “salvare il salvabile” abbiate rispetto per la fornace, lasciatela all’ammirazione di chi ne sa capire il significato sociale della storia di una popolazione e della sua identità nel rispecchiamento di un manufatto di architettura.





Pasquale Bellia



Dello stesso autore, alcuni riferimenti sullo stesso tema:



- La fornace del Pisciotto, quale destino, quale futuro, sta in “Giornale di Scicli” (GdS), 22 ottobre, 1989.

- Architettura : al tempo = il sale : all’acqua, sta in GdS, 28 ottobre, 1990.

- C’era una volta, le metamorfosi delle permanenza, GdS, 4 aprile, 1993.

- Il Pisciotto: la città possibile, la fornace con il suo superstite patrimonio peculiare, sta in GdS, 17 e 30 dicembre, 1995.

- Architetture da salvare, tre domande di Peppe Savà a Pasquale Bellia, sta in GdS, 25 febbraio 1996.








Tags: fornace Penna , sampieri ,


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- Pasquale Bellia - RagusaNews.Com - 11:37 14/05/2010

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